Il fascino mediocre della sinistra

22 06 2009

Da http://www.manifestosardo.org/

Enrico Lobina

La destra razzista e padronale, ma anche quella in doppiopetto, avanza in tutta Europa. I proletari del vecchio continente, invece che sfogarsi sui padroni, vomitano la loro rabbia sugli immigrati e sugli ultimi. Una catena senza fine. Ci sono le eccezioni: la Grecia, il Front de Gauche francese, la Die Linke tedesca. Ma la sostanza non cambia. In Italia la destra avanza. Berlusconi non ha avuto il plebiscito mussoliniano che si aspettava, ma incassa il 35,3%. La parte del leone la fa la Lega, 10.2%. Dilaga sopra il Po, lo oltrepassa e si afferma come terza forza italiana. A livello nazionale i vincitori son due: Lega Nord e Italia dei Valori (IdV). In Sardegna le cose vanno diversamente. Berlusconi ha voltato le spalle alla Sardegna, dopo aver promesso di tutto nella campagna elettorale di febbraio. E la Sardegna ha voltato le spalle a Berlusconi. In 4 mesi la maggioranza di Cappellacci non esiste più. Liquefatta. Centrali nucleari, scippo della Sassari-Olbia, spostamento del G8, morte sociale per i territori abitati dall’industria chimica, scomparsa delle scuole nelle zone interne e mortificazione della cultura. Difficile fare così tanti disastri in 4 mesi. Ci sono riusciti. Anche a livello regionale i vincitori sono due: Partito Democratico (PD) e IdV. Il PD ha raccolto il 35,6% dei consensi, 196.396 voti in termini assoluti. Quattro mesi fa era al 24,77%, con 202.067 voti. C’è stato un balzo in avanti dell’10,9%. L’IdV alle ultime elezioni regionali ha collezionato il 5,04%, pari a 41.138 voti. A questa tornata si attesta all’8,84%, per 48.756 voti, e diventa il terzo partito sardo. Qualcuno potrebbe obiettare che la PdL passa in Sardegna dal 30,2% di febbraio al 36,64 del 6-7 giugno. Si ricordino lorsignori che alle regionali in coalizione c’erano i Riformatori (6,79%), il Psd’az (4,29%) e altre liste minori che sostenevano Ugo Cappellacci. Prendano perciò atto della sconfitta. E la sinistra, comunista e non? Vivacchia, sopravvive, ma non intercetta il voto di protesta in uscita dal centrodestra. Questo soddisfa gli appetiti del PD sardo, uno dei partiti più litigiosi e divisi di sempre. Alle elezioni di febbraio le liste a sinistra del PD (Rifondazione Comunista, Rosso Mori, Comunisti Italiani, La Sinistra) hanno complessivamente raggiunto il 9,25%, pari a 75.535 voti. Le liste comuniste (PRC, PdCI) sono arrivate al 5,07%, 41.375 voti. A questa tornata non si sono presentati i Rosso Mori e qualcuno ha cambiato casacca. I socialisti di Peppino Balia e Mondino Ibba hanno stretto un’alleanza con le altre componenti di Sinistra e Libertà (SeL). I comunisti hanno corso insieme. Ottengono complessivamente il 4,79%, pari a 26.429 voti. SeL arriva al 2,95%, in termini assoluti 16.300 voti. Sia presi singolarmente che congiunti (7,74%) non si raggiungono le percentuali di febbraio 2009. E non stiamo neanche contando i socialisti! La sinistra, nelle sue varianti moderate e rivoluzionarie, si conferma poco credibile e poco attraente. In questi giorni è diventato perenne il commento: “se foste andati insieme avreste preso il 6%!”. Queste affermazioni, compiute da lavoratori, pensionati ed elettori democratici, nascondono sia una verità (l’unità è da sempre un valore per il movimento dei lavoratori) sia una incapacità. Incapacità di spiegare che chi fa riferimento al Partito Socialista Europeo (PSE) in questi anni ha votato quasi tutto insieme ai Partito Popolare Europeo (PPE) di Berlusconi e Casini. Sulle questioni sociali e sulla guerra c’è poca differenza tra PSE e PPE. La crisi economica, la più grave dal 1929, sta portando (in Italia ha già portato) a nuovi fascismi e nuove dittature. Le contraddizioni di classe, potenzialmente rivoluzionarie, non vengono svelate da nessun intellettuale collettivo. Per dirla con Lenin, non vi è l’elemento esterno capace di trasformare la classe in sé in classe per sé. La frivolezza nella costruzione dei gruppi dirigenti della sinistra non pare ci faccia ben sperare. Le elezioni, come se ce ne fosse bisogno, ce lo hanno confermato.



Alle elezioni europee VOTA COMUNISTA!

6 06 2009



Vigili del fuoco a Cagliari

2 06 2009

Racconta Pietro che Berlusconi era in Sardegna. I dirigenti decisero di mandare il mezzo migliore. Volevano fare bella figura. La squadra in centrale, quella che doveva fare il lavoro vero, prima di essere operativa doveva provare i mezzi, controllare che tutti gli attrezzi fossero funzionanti e utilizzabili. Il primo mezzo aveva la frizione squagliata. Il secondo aveva guasti meccanici importanti. Anche il terzo aveva qualche problema. Un lavoratore urlò: “basta, se lo facciano loro, io non controllo nulla!”. La rabbia di non poter fare il proprio dovere per colpa dell’apparenza. Santa Apparenza. Se quella sera ci fosse stata una emergenza seria, i Vigili del fuoco forse non sarebbero stati in grado di aiutare la popolazione. O l’avrebbero aiutata correndo seri rischi. In Francia i vigili del fuoco possono scioperare. In Italia no. È vietato. Racconta Pietro che, se potessero scioperare e spiegare agli italiani i loro problemi, salverebbero tante vite umane in più. Quando c’è un incendio, di notte, e la maschera è talmente vecchia che non vedi e che fai danni, di chi è la colpa? Capita che la tuta, dopo 8 ore di sudore e di interventi, passi da turnista a turnista. Capita che i precari abbiano ancora le magliettine non ignifughe. Una fiammella e son fritti. Cotti, letteralmente. Solo a Cagliari i vigili del fuoco precari sono 400. Quelli a tempo indeterminato 460. Secondo le stime del Ministero degli interni ne servirebbero altri 112 per completare la pianta organica. Secondo i lavoratori molti di più. Racconta Pietro che a fine anni ’70 le squadre erano formate da sette operativi. A fine anno ogni squadra metteva uno dietro l’altro 400-450 interventi. Oggi le squadre sono formate da cinque operativi, e gli interventi 2.000 all’anno. Senza i precari non riesci a fare nulla. Nulla. La percentuale di riassunzione è di 1 a 10: 10 vanno in pensione, 1 viene assunto. Ci sono capi-squadra che fanno i capi-turno, senza alcun riconoscimento aggiuntivo. E da qualche anno, a Cagliari, si è responsabili anche del controllo NBCR (nucleare, biologico, chimico, radiologico), che prima era compito delle forze NATO. Hanno le competenze, ma non i mezzi aggiuntivi necessari. Se vuoi diventare vigile del fuoco precario c’è un registro di volontari, che poi non sono volontari, al quale ti iscrivi. Dopo qualche mese ti arriva il decreto di nomina. Prima i discontinui, così si chiamano tra loro, erano coloro che avevano fatto il servizio di leva ausiliare nei vigili del fuoco. Ora dopo che entri nel registro fai le visite mediche, l’addestramento (non molto) ed un esame. Se si dovessero rispettare le medie europee, i vigili del fuoco italiani dovrebbero aumentare di 25.000 unità la propria pianta organica. Verrebbero stabilizzati i 400 discontinui cagliaritani e molte migliaia di altri precari in tutta Italia. E ci sarebbe spazio per altre assunzioni. Invece continua il precariato/schiavismo dei discontinui. Vengono chiamati per 20 giorni di seguito. Senza ferie. Se ti ammali, salti il turno. In quei 20 giorni avresti diritto ad un giorno in cui saltare il turno. Lo dovrebbe decidere il discontinuo. Spesso, però, lo decide non si sa bene chi. Arrivi, e ti dicono: “Pietro, tu riposi il giorno x”. Il sindacato attecchisce poco tra i discontinui. Non li conosce. E forse non si è neanche mai messo in testa che o si difendono i più sfruttati o anche gli altri, prima o poi, perdono quello che hanno conquistato. Anzi, l’hanno già perso. Alcuni vigili del fuoco a tempo indeterminato non sono solidali con i discontinui. Racconta Pietro che in magazzino è capitato che venisse rifiutato vestiario e guanti ai discontinui. È una guerra tra chi non ha niente e chi ha qualcosa. Sottoproletariato e proletariato. Il PCI, un tempo, si prese la briga di emancipare il sottoproletariato e di educare il proletariato alla solidarietà di classe. Racconta Pietro che sente il bisogno che qualcuno faccia la stessa cosa.
Una soluzione, dicono a Cagliari, potrebbe essere la regionalizzazione. Ma, coi Cappellacci che corrono, sembra una chimera.

ENRICO LOBINA

WWW.MANIFESTOSARDO.ORG