La chimica in Sardegna: alcune proposte

29 04 2009

 

I giornali sardi, da anni, traboccano di pagine dedicate all’industria chimica. Fiumi d’inchiostro. Quasi sempre chimica fa coppia con crisi. I padroni raramente indicano vie d’uscita. I sindacati, invece, cercano “vie d’uscita dalla crisi”. Quasi sempre le richieste sono il blocco dei licenziamenti e la richiesta di tariffe energetiche agevolate. Se la situazione volge al peggio, allora si lavora alla ricerca di nuovi acquirenti. Sindacati e amministratori locali promettono tanti soldi pubblici a improbabili imprenditori.

La cronaca quotidiana della chimica sarda è tutta qua.

L’industria chimica, in Sardegna, è una delle eredità più importanti della seconda metà del XX secolo. Non vogliamo qua ragionare su quello che allora si sarebbe potuto fare. Oggi pare pacifico affermare che l’industria chimica deve, con parametri ambientali diversi rispetto a prima, rimanere in Sardegna.

La cronaca ci dice il contrario. Centinaia di operai vengono espulsi dalla produzione. Eurallumina, ENI, Ineos, da ultimo la Rockwool. E magari domani Alcoa. Nomi che rappresentano il presente ed il futuro per migliaia di famiglie delle aree intorno a Porto Torres, Macchiareddu, Ottana, o nel Sulcis.

Perché c’è la crisi? Vi sono due elementi chiave, di lungo periodo, che vengono dimenticati:

- La multinazionali della chimica non hanno interesse a investire in Sardegna;

- ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) non investe. Anzi, dismette.

 

Il ruolo delle multinazionali

Le multinazionali non investono in Sardegna perché ci sono altre aree in cui è più conveniente. La crisi aggrava questo scenario. L’esempio della Rockwool (110 dipendenti) è esemplare. È una multinazionale danese che produce lana di roccia, che serve a migliorare l’impatto ambientale dell’azione umana. Dopo aver acquistato l’azienda per due soldi chiude affermando che ha accumulato perdite. Intanto apre uno stabilimento in Croazia. Dove sta il gioco? Probabilmente la Croazia offre migliori condizioni fiscali, leggi sul lavoro e salari più favorevoli e un ambiente produttivo (trasporti) migliore.

Il ragionamento sulla Rockwool può allargarsi a qualunque multinazionale. D’altra parte, se per l’impresa l’obiettivo è il profitto, perché dovrebbe pensare ad altro?

 

L’ENI

L’ENI nel 2008 ha avuto un profitto netto, effettuato grazie ad un capitale fisso fornitogli prevalentemente dallo Stato italiano, del 7,7%. 1,30 euro di dividendo per azione. ENI definisce positivo aver ridotto del 6% la propria forza lavoro in Italia. Uno degli obiettivi strategici per il quadrienno 2008-2012 è diminuire del 4% i dipendenti. Ci aspettiamo, come ipocritamente dice Berlusconi, che ENI salvaguardi e migliori l’occupazione nella filiera chimica sarda?

 

Come uscirne? Come ridare un futuro a migliaia di lavoratori, cioè alla Sardegna? Il potere pubblico (Ministeri romani, Regione) devono avere voce in capitolo. I sindacati, nelle loro proteste e proposte, devono avere un disegno organico.

L’unica soluzione realista è la nazionalizzazione. L’hanno fatto con tante banche in giro per il mondo, perché non farlo con ENI? ENI ricominci a rispondere al popolo italiano, non ai suoi azionisti privati.

Perché non farlo con le multinazionali? Hanno preso i soldi, spremuto i lavoratori e inquinato. Poi hanno tentato di scappare. È arrivato il momento di un’azione di forza. Che gli impianti ridiventino proprietà della collettività e dei lavoratori. Loro sanno come renderli produttivi.

Anzi. A questi signori vengano anche imposte le bonifiche. Vogliamo che ci paghino i danni.      

 

enricolobina@tiscali.it


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