Vendola lancia la Costituente, oltre il Prc

29 09 2008

da www.rifondazioneperlasinistra.it

L’applauso più lungo e partecipato, con le mani battute a ritmo come in un corteo, come ad accompagnare uno slogan, arriva quando Nichi Vendola esclama, alzando improvvisamente la voce: “Basta con gli annunci. Basta col dire che abbiamo deciso che decideremo. Noi dobbiamo aprire qui e ora i cantieri della nuova sinistra. Dobbiamo iniziare qui e ora il percorso costituente”. Qui e ora…

Qui. A Roma, Parco Brin, Garbatella, quartiere un tempo periferico, oggi di gran moda in virtù delle sue magnifiche ex case popolari, e tuttavia in larga misura ancora abitato da quelli che ci sono andati a vivere quando, qualche decennio fa, dire Garbatella, nella capitale, significava intendere periferia estrema. Sotto un tendone che non ce la fa a coprire da qualche sporadico scroscio di pioggia le circa milleduecento persone arrivate per verificare se davvero stavolta c’è il caso che a sinistra nasca qualcosa di nuovo, riparta una speranza, si apra una possibilità di impegno reale, o se siamo, tanto per cambiare, all’ennesima sventagliata di parole.
Qui. Nella prima assemblea dell’area “Rifondazione per la Sinistra”, nata la sera stessa della sconfitta della mozione Vendola al congresso del Prc di Chianciano ma con l’ambizione di andare oltre i suoi confini, di non restare una corrente di partito, sia pur fortissima (il 47,3% di Rifondazione), ma di dar vita a un’area tanto interna quanto esterna a quel partito. Il nucleo fondante di un nuovo soggetto politico.

Ora. Il 27 settembre del 2008, anno di grazia che a sinistra nessuno dimenticherà mai. L’anno dell’uragano. L’anno di una catastrofe che ha spazzato via tutto quel che c’era e che pareva solidissimo. Una tempesta devastante i cui effetti hanno appena cominciato a dispiegarsi e che minaccia di cancellare anche le ultime tracce della sinistra italiana.
Di questa sconfitta, delle sue ragioni profonde, delle sue radici e del quadro desolato che ci ha consegnato, avevano già parlato in molti. Maria Luisa Boccia, nella sua ricchissima relazione introduttiva. Scipione Semeraro, soffermandosi sul fronte del lavoro, Massimo Serafini, piazzando sotto l’obiettivo l’ambiente. Ma ci torna più e più volte anche Vendola, perché nulla oggi è più pericoloso e scioccamente rassicurante, del fingere di aver già capito tutto di quel disastro, o del convincersi che non ci sia niente da capire. Colpa nostra. Non siamo stati abbastanza combattivi. Basta tornare in piazza, ricollocarci nei territori, urlare forte, manifestare qualche volta, rinominarci “partito sociale” e l’incubo svanirà, tutto tornerà come prima.
Non è così. Perché la sconfitta non è solo faccenda “di flussi elettorali”. Prima di quei flussi, a determinarli, c’è stata la capacità della destra di imporre “un sistema di sogni di incubi, sino a far condividere a quella che viene di solito definita ‘opinione pubblica’ i suoi di diseguaglianza e i suoi incubi securitari”. Non è così. Perché ancor prima di quell’offensiva, culturale ancor più che politica, della destra italiana, viene una trasformazione del processo produttivo che ha reciso gli antichi e costitutivi legami della sinistra storica con il lavoro.
Non son cose che si possano affrontare proclamandosi partito sociale e urlando forte per darsi coraggio, come bimbi persi nel buio. Occorre molto di più. Una capacità di mettere in moto contemporaneamente nuove analisi e nuove forme organizzative, entrambe capaci di liberarsi dai condizionamenti del passato, entrambe adeguate ai tempi con i quali la sinistra è chiamata e obbligata, pena la scomparsa, a confrontarsi.
“C’è una sinistra – dice Vendola – che vuole dissolversi usando il vocabolario delle compatibilità. C’è una sinistra che vuole seppellirsi usando il vocabolario della testimonianza. Sono due facce della stessa medaglia”.
Tra questi due estremi falsamente antagonisti c’è l’oceano in cui dovrà muoversi il nuovo soggetto della sinistra italiana ed europea, le pagine bianche da riempire inventando un nuovo vocabolario. Questo e non altro è il suo compito.

Ma le gente che ha passato il suo sabato alla Garbatella non attende solo analisi. Aspetta qualche indicazione concreta, qualche segnale sul che fare. Dentro Rifondazione, la parola scissione non la pronuncia nessuno ma la pensano tutti. Qualcuno auspicandola, qualcuno temendola, qualcuno, i più, oscillando incerti. “Invece di chiederci come ci collochiamo, se dentro o fuori Rifondazione – suggerisce Nichi Vendola – domandiamoci cosa facciamo, come intrecciamo i fili della sinistra”.
La sua indicazione è secca. Iniziare subito un tesseramento dell’area, aperto anche a chi non faccia parte del Prc. Non è una scissione. E’ un passo reale, però, e di quelli che non prevedono retromarce possibili. Gli applausi scrosciano di nuovo.  Come quando Claudio Fava, qualche ora prima, aveva affermato che non si può ripetere in eterno che “abbiamo fatto il primo passo”. Siamo già oltre, e non ha senso chiedersi “se debba venire prima il contenuto o il contenitore. Il contenuto del nuovo soggetto siamo noi. Sono quindici di anni di lotte a sinistra della sinistra”. O come quando Alfonso Gianni, in mattinata, aveva ripreso l’intervista di Fabio Mussi a “Liberazione” per dire chiaro, per una volta senza giochi di parole, che serve un nuovo partito. Nulla di meno.
Fava ha tutte le ragioni. L’assemblea di ieri a Roma non è un primo passo. Non apre una fase. Al contrario, ne chiude una.  E’ l’ultima scena di un prologo, l’ultima sede nella quale si potessero fare annunci, esprimere auspici. Il soggetto di cui parliamo da mesi, nelle prossime settimane, dovrà passare la prova del fuoco, che è sempre e solo quella dei fatti. Dovrà darsi una fisionomia, cioè dar vita a un coordinamento comune tra tutte le aree che compongono, iniziare il tesseramento annunciato da Vendola, moltiplicare le iniziative comuni, aprire, ovunque possibile, le case della sinistra, forse trovare una sede centrale che dia il senso, anche simbolicamente, della comparsa in campo di una soggettività nuova. E alla fine riuscire a imporre una presenza condizionante, egemonica, nelle manifestazioni del prossimo autunno, da quella dell’11 ottobre allo sciopero generale della scuola.

Se non ci riusciremo più che di belle bandiere si dovrà parlare, e non per la prima volta, di belle parole. E le parole, fossero pure le più belle, profonde, intelligenti e analiticamente ben attrezzate, stavolta proprio non possono bastare.



Le migrazioni interne, motore dello sviluppo economico cinese

27 09 2008

Cari tutti,

qualche giorno fa il Giornale di Sardegna mi ha pubblicato un piccolo articolo sulle migrazioni interne in Cina. Ve lo ripropongo, convinto che il partito ed il movimento operaio, su molte questioni internazionali di estrema importanza, sia quantomeno disattento.

Saluti comunisti,

Enrico Lobina

Le migrazioni interne, motore dello sviluppo economico cinese

Negli anni ottanta i cinesi che andavano dalle campagne alle città erano 30 milioni. Oggi sono 180, e molti dicono arrivino a 200. Da quando Deng Xiaoping ha permesso ai contadini di vendere parte del proprio raccolto, la produttività delle campagne è aumentata. Tutta quella gente là non serviva più.

Aggiungeteci l’industrializzazione, e la combinazione è perfetta. I migranti son stati causa ed effetto del boom economico cinese. Oggi sono il vero segreto della fabbrica del mondo. E non diminuiscono. 150 milioni di lavoratori delle campagne sono ancora in sovrappiù. Al contrario, nel 2004 nella sola regione del Delta del Zhujiang c’era bisogno di 2 milioni di lavoratori migranti.

Son loro la vera ricchezza delle città. Scappano da salari di fame e arrivano in città disposti a lavorare per meno della metà degli altri. Un migrante guadagna in media 60 euro al mese. Un lavoratore cittadino 140. Una parte importante di quei magri salari fa il viaggio inverso, va in campagna a sfamare moglie e parenti. Ogni migrante manda circa 500 euro l’anno a casa.

Fanno i lavori che i cittadini non vogliono più fare. Son migranti 4 manovali su 5, un minatore su 2, un cameriere su 2 e il 70% di coloro che fabbricano materiali elettronici. Le donne son meno degli uomini, e vengono pagate di meno.

A parte le Olimpiadi, durante le quali son stati mandati via, li vedi dappertutto. Se son manovali vivono in prefabbricati ai lati dei cantieri. Spesso condividono il letto con un altro e sono in 6 in stanza. Verranno pagati a fine lavoro. Se il caporale non scappa prima coi loro soldi.

Le leggi che difendono i lavoratori esistono. Ma spesso non vengono applicate. E i migranti, cittadini di serie B per definizione, son coloro che più direttamente subiscono questa situazione. Son cittadini di serie B perché il loro hukou, certificato di residenza, non permette di avere gli stessi diritti di chi in città è nato.

Il governo da una parte lotta per migliorare le condizioni di vita dei migranti. Dall’altra evita a tutti i costi che centinaia di milioni di contadini vengano in città. Le città cinesi non sono come quelle indiane. Non c’è chi vive di elemosina e affini.

I lavoratori migranti, da parte loro, non son contenti. E protestano. Ogni anno sono decine di migliaia gli scioperi, le proteste, i blocchi stradali, le occupazione delle fabbriche e gli scontri con la polizia. Non hanno che da perdere le loro catene, si diceva una volta. Ed è bene che facciano sentire la loro voce. Forse proprio di questo ha bisogno il governo.



Liberazione in sciopero?!

26 09 2008

I giornalisti di Liberazione scendono in sciopero immediato. Il quotidiano di domani non sarà in edicola mentre i redattori organizzeranno a partire da mezzogiorno un presidio aperto alla stampa e a tutta la cittadinanza nella sede del giornale in viale del Policlinico 131 e davanti allo stesso edificio che ospita la direzione del Prc, azionista unico della società editrice Mrc. Da mesi la redazione attende di conoscere, come è suo preciso diritto contrattuale, la reale situazione finanziaria del giornale mentre impazzano le voci più disparate e mai smentite sul deficit di bilancio e incombe lo spettro ulteriore del taglio pesantissimo dei finanziamenti pubblici ai giornali di partito e cooperativi. Da mesi i lavoratori aspettano di conoscere le intenzioni dell’Editore sul futuro dell’impresa, sulla difesa di una voce quotidiana della sinistra e sulla sorte di sessanta posti di lavoro e dei molti collaboratori esterni non più retribuiti da diverso tempo. Nulla di tutto questo. E’ continuato invece un disastroso rimpallo fra tutti i soggetti responsabili: proprietà, società editrice, direzione. Ancora nelle ultime ore l’Editore ci ha negato qualunque informazione. I giornalisti denunciano il grave comportamento antisindacale. Il partito proprietario ha rinviato sine die le decisioni rimarcando al contempo la “difficilissima“ situazione in cui versa il giornale. Peraltro il Comitato di redazione lo ha dovuto apprendere dalle agenzie di stampa. Mentre altri quotidiani colpiti dal taglio dei contributi finanziari si battono per cambiare la legge, la Mrc minaccia la crisi e sembra ormai attendere passiva gli esiti nefasti del provvedimento. Di fronte alle difficoltà oggettive e alle conseguenze di gravi errori gestionali, l’Editore e la Proprietà lasciano che il giornale vada alla deriva e sembrano puntare alla sua liquidazione, fuori da qualsiasi contrattazione sindacale. Si può spiegare solo in questo modo il fatto che sia stata ostinatamente negata l’apertura di un tavolo di trattativa. I giornalisti di Liberazione rinnovano l’appello a tutti i lettori, i colleghi, i sindacati, le associazioni e i movimenti per sostenere la duplice battaglia in difesa del pluralismo dell’informazione e dei posti di lavoro.

da http://liberaliberazione.splinder.com/



Prossimamente nelle strade di Cagliari

23 09 2008



Venerdì 19 Cena popolare “Bye Bye Onano”

15 09 2008

In occasione della ripresa dell’attività politica, in vista della manifestazione nazionale dell’11 ottobre, per raggranellare un poco di denari, ma soprattutto per salutare il buon chicco

Il circolo Togliatti del centro storico organizza una cena popolare per il prossimo venerdì.

Appuntamento in via San Domenico 10, Cagliari.

Ore 19 aperitivo

Ore 20 e 30 cena



«Voglio esserci, perché dialogo non è opposizione»

13 09 2008
11 OTTOBRE - INTERVISTA AL COMPAGNO REGISTA MARIO MONICELLI
«Voglio esserci, perché dialogo non è opposizione»
Micaela Bongi, da Il Manifesto del 12/09/2008
Ha firmato l’appello per la manifestazione dell’11 ottobre contro il governo Berlusconi, come aveva firmato l’appello elettorale per la Sinistra Arcobaleno: «Che vuole, mi telefonano, sono amici, mi sarebbe difficile dire ’stai buono, non voglio saperne niente, siete tutti stronzi’. E alla fine addivengo…». E, con i suoi 93 anni, Mario Monicelli spera di «addivenire» anche in piazza e anzi domanda «a proposito, dove lo fanno il corteo? Non l’hanno ancora deciso? Ah, bene»
Ma insomma, l’appello chiama a raccolta la sinistra per costruire l’opposizione al governo. Fino a ora secondo lei si è vista o no, un’opposizione?
L’opposizione c’è, perché si chiama così, ma è un’opposizione che non fa opposizione o almeno non credo che la faccia, perché dovrebbe essere più radicale. Il termine dialogo non significa opposizione, significa che ci si mette d’accordo, che le posizioni sono più o meno simili. Se c’è chi non vuole il dialogo ma la contrapposizione mi va bene. Non sono un politico, un capopopolo, non sono nulla, e non è che solo perché si fa una manifestazione è nato qualcosa, ma non voglio starmene a casa mia a dire «siete tutti degli imbecilli». L’opposizione va costruita, speriamo che nasca: l’opposizione è un altro modello di socialità, di mondo, di vissuto.
Al festival di Locarno Nanni Moretti ha detto che non solo non c’è più un’opposizione, ma nemmeno un’opinione pubblica. E’ d’accordo?
Certamente. L’opinione pubblica per come si è intesa dalla Rivoluzione francese a oggi non c’è più. Non c’è nessuna opinione. L’ultima è stata l’opinione del ‘68, di quella generazione che avrebbe governato l’Italia: poter vivere bene col poco benessere che era stato costruito dalla generazione precedente, comprarsi la Ducati o la Kavasaki, andare in vacanza, comprarsi una bella casa, insomma, godersi la vita. Oggi l’opinione è quella, lavorare il meno possibile, sopravvivere, fare vacanze, stare in quel galleggiamento.
Ma come, vuol dire allora che Berlusconi è arrivato al governo grazie al ‘68?
Berlusconi ha raccolto l’opinione dei reduci, degli eredi del totalitarismo fascista, di una guerra persa… Ma è fascismo anche credere che chi comanda ha ragione e tutti gli altri schiavi.
A Venezia, presentando il suo «Vicino al Colosseo c’è Monti», lei ha appunto detto che il fascismo sta tornando in abiti nuovi…
Sì, l’abito nuovo più straccione. Il fascismo voleva ripetere l’impero, figuriamoci. Se la storia si ripete sempre in farsa, ora lo fa in tono ancora più farsesco, senza gli sfracelli del fascismo. Altro che caduta degli dei, ora è la caduta degli straccioni.
Che impressione le ha fatto sentire il ministro della difesa Ignazio La Russa e il sindaco di Roma Gianni Alemanno?
Vedono un mondo governato dalla razza superiore che vuole comandare. Ma non credo che possano combinare niente di drammatico, non ci sono le condizioni in Europa. Un’Europa che comunque è senza spina dorsale, amorfa, cerca di non andare oltre il 3% del deficit, fa una politica che ha una visione ristretta, puramente economica.
E dalla sinistra, dopo il tracollo alle elezioni, le divisioni… che cosa si aspetta?
Ma io mi aspetto la gioia di parlare, di conoscere opinioni non così basse, qualcosa che mi faccia uscire da questo limbo solitario in attesa di fare conversazioni interessanti. Di conoscere persone per bene che siano anche aiutate bene. Non credo che possa nascere un leader che costruisca chissà quale apparato…
Ora a sinistra ci si preoccupa perché la destra ha conquistato l’egemonia culturale. Dov’è che sono stati fatti gli errori?
L’errore è alla base. C’è un partito che si chiama Rifondazione comunista? E allora rifondiamo il comunismo, sia pure in termini diversi. Ma io non la vedo questa rifondazione. Lo dico in termini semplici, infantili: perché non si vuole rifondare un’idea, una speranza, una prospettiva comunista? Mica quella dell’Unione sovietica, ma magari anche in termini più drastici e meno solipsistici. Poi penso anche di non essere quello a cui non va mai bene niente, e allora vado, mi faccio vedere, applaudo. Ma non sono un pensatore, faccio ridere, faccio solo film…
Non è poco.
Ma qui non si vuole rifondare né il comunismo né nulla, vogliono solo farsi sentire, imperversare, essere presenti a Montecitorio.
A Montecitorio non ci stanno neanche più.
E si sentono orfani. Invece dovrebbe essere una spinta per dire «non facciamo parte di questa mascherata che è la democrazia occidentale».
Insomma, l’Italia è proprio alla deriva, come ha detto a Venezia?
Ma era abbastanza ovvio che finisse così, va alla deriva da almeno due generazioni. E’ importante avere un’ideologia, non essere pragmatici. Il pensiero, la politica, gli ideali sono ridotti a questo livello: faticare il meno possibile, consumare, stare nel mercato…
E la televisione berlusconiana ha contribuito a questa deriva?
La televisione rappresenta l’Italia, non è che è stata un’avanguardia e l’abbiamo seguita. E Berlusconi è un fascista senza saperlo, l’imprenditore è di per sé fascista, non perché è schierato col fascismo e porta la camicia nera.


Ricominciamo

11 09 2008

E con il nostro partito ricomincia l’attività del Circolo Togliatti, con un nuovo blog, dei rinnovati turni di apertura e delle nuove attività in cantiere.

Ricominciamo dopo la fortunata festa popolare antifascista del 5 agosto scorso, organizzata coi compagni del Circolo Gramsci, che ha attirato e divertito centinaia di cittadini.

Ricominciamo con l’attività che ci porterà nel mese di ottobre ad una grande manifestazione unitaria di opposizione.

Per qualunque informazione contattateci tramite mail oppure veniteci a trovare nei consueti orari di apertura:

Martedì e Giovedì dalle 18e30 alle 20e30