Care compagne e compagni,
il Sardegna del 15 ottobre ospita un mio piccolo intervento sulla sanità cinese. Spero di farvi cosa gradita se ve lo giro.
A presto,
Enrico Lobina
Michael, giovane musicista che sta cercando un futuro a Pechino, ha pagato 1.000 euro per un’appendicite. Si trattava di un ospedale di medio livello: stanza sporca e infermieri poco interessati al paziente.
Un cinese avrebbe dovuto sborsare la stessa cifra. Un cinese di città, con grandi difficoltà, se lo sarebbe potuto permettere. Un cinese di campagna no.
Nel 1949 l’aspettativa di vita alla nascita era 35 anni. La realizzazione del modello di sanità pubblica voluto dai comunisti costituì, seppur tra alti e bassi, un successo mondiale. L’aspettativa di vita, alla fine degli anni settanta, era quasi raddoppiata: 66 anni.
Dal 1980 la sanità è stata privatizzata. L’aspettativa di vita ha continuato lentamente a crescere. Però oggi la sanità è un tallone d’Achille dello stato. Centinaia di milioni di contadini e di poveri non hanno accesso alle cure sanitarie di cui avrebbero bisogno. Non le possono pagare. I rischi di epidemie e pandemie sono sempre più presenti.
In questa cornice il regime ha introdotto, nel 2003, lo Schema Medico Cooperativo Rurale.
E’ uno strumento assicurativo volontario. Gestito a livello locale, viene finanziato dall’utente e dal governo. L’80% della popolazione rurale ne usufruisce. Sembra, però, che i risultati siano stati un incremento delle visite e dei ricoveri. Che in parte si pagano. In ogni caso, la parte più povera della popolazione rimane esclusa.
Il governo cinese, tra tentennamenti e difficoltà, vorrebbe affrontare la situazione. Che rischia di vanificare anni di crescita economica.
Per i sardi, che usufruiscono di uno dei sistemi sanitari migliori al mondo, un promemoria: difendiamo ciò che abbiamo e miglioriamolo.